– Al Pozzo delle Streghe – risposi, sottovoce.
E Gladys nitrì.
Capitolo 13
IL POZZO DELLE STREGHE
– Accidenti, questo sì che è un postaccio… – mormorò Arsène, non appena arrivammo all’altezza del pozzo.
– Che ti prende, funambolo? Ti è venuta fifa? – fece Sherlock, che continuava a guardarsi intorno con estrema attenzione.
Legai Gladys a una quercia del bosco lì vicino, ma lui mi consigliò di spostarla più a valle, verso un altro albero.
– Perché? – gli domandai.
Sherlock mi indicò Ashfield Hall, sul versante opposto della collina. E aggiunse, enigmaticamente: – Forse non sei l’unica ad avere un binocolo.
Mentre legavo la puledra del signor Ralston, ripensai al cavallo bianco che avevo visto nel bosco il giorno della caccia alla volpe e al modo in cui sembrava essersi dileguato, poco dopo il mio scontro con il carrettiere che ormai nella mia testa era, sempre più chiaramente, il nostro sfuggente Nathaniel Neele. Forse il cavallo non era legato, come invece a me era sembrato? E, sentendo i nitriti di Gladys e le mie esclamazioni alla volta del carrettiere, si era spaventato? Possibile, mi dissi. E quindi cercai di legare la mia cavalla con un nodo ben saldo.
– Torniamo subito… – le dissi, rassicurandola con una pacca sul collo. Ma in realtà avrei voluto che la facessero a me, una carezza di incoraggiamento.
– Alé. Andiamo a vedere – disse Arsène. E a vederlo lì, a pochi passi da me, che affondava con le sue scarpe eleganti tra il fango e le foglie marce di quello squallido sottobosco, mi venne da ridere.
Era bastata una lettera, scritta di fretta e senza nessuna pretesa, per convocare i miei due amici in quella sperduta contea di campagna, alla ricerca di un ancora più sperduto indizio su un bifolco che mi aveva tagliato la strada.
Era bastata una lettera perché fossimo di nuovo tutti e tre insieme, incoscienti e irruenti, a seguire il richiamo di qualcosa che avrebbe anche potuto rivelarsi una faccenda da niente, ma che in quel momento ci sembrava più elettrizzante di ogni altro modo in cui tre giovani per bene potessero trascorrere il sabato. La nostra era una passione costante per l’insolito, per il brivido che si prova a camminare sul filo del rasoio, per l’esplorazione di quelle zone d’ombra che gli altri solitamente cercano di evitare e in cui noi tre, invece, amavamo ficcare il naso il più a fondo possibile. E con le mani strette gli uni agli altri, per non correre il rischio di caderci da soli.
– Lo sapete cosa mi ricorda questo posto? – domandò Arsène non appena aggirammo il roveto e vedemmo il tetto sbilenco del Pozzo delle Streghe. – Un racconto del terrore.
– Hai ragione – commentai. – Questo pozzo, con tutti quei segni sul muro… è davvero perfetto per una storia di vampiri.
Arsène mi sorrise. E io capii, così, chi dei due mi aveva regalato cosa.
In quel momento Sherlock si fermò e ci fece segno di tacere.
– Cosa c’è? – bisbigliai, dopo un minuto.
– Niente – rispose lui. – Forse un… ma no… niente. Si morse il labbro. Poi confessò: – Non sono molto abituato a distinguere i rumori di campagna. Mi sembra di continuo di sentire un passo, un tonfo, qualcosa… e invece non è niente. E…
– E quindi te la stai facendo sotto – scherzò Arsène, avvicinandosi per primo all’imboccatura del pozzo.
– Mai quanto te – replicò Sherlock.
– Dovevi vederti in faccia, quando hai visto che c’era un cavallo. Nemmeno quando abbiamo affrontato quel tizio ai Docks di Londra ti ho visto così terrorizzato…
Sherlock si inginocchiò nell’erba, senza rispondergli. Cercò un ciottolo, lo trovò, e lo gettò nel pozzo. – Ti dispiace stare zitto un momento, se ci riesci? Vorrei sentire se c’è acqua, dentro. E quanto profonda.
Poi contò.
Uno, due, tre, quattro.
Il ciottolo rimbalzò un paio di volte contro le pareti del pozzo ma poi, alla fine, non si udì nessun tonfo.
– Niente acqua – dissi.
– Ma neanche pietre – osservò Sherlock. Guardò l’amico.
E Arsène sospirò.
– Chiedimelo per favore… – sorrise.
– Non ci penso nemmeno. Se vuoi, vado io.
– Per poi rimanere incastrato a metà? No, non è il caso… lascia fare a chi lo sa fare… –. Arsène si alzò in piedi, sfilandosi sia le scarpe che il cappotto.
Io li guardai, stupefatta. – Si può sapere cosa avete intenzione di fare, voi due? – domandai.
Per tutta risposta, Sherlock saggiò la tenuta della trave che sorreggeva il tetto, poi l’albero mozzato alle spalle del pozzo.
Ci legò intorno la corda che si erano portati dietro dal villaggio (“preso a prestito” era l’espressione che Arsène aveva usato) e la gettò sul fondo. – Scendo io – disse.
– Scòrdatelo, genio – gli rispose Arsène. – Tu pensi. Io faccio. Guarda e impara.
Si avvicinò all’orlo nero del pozzo e guardò in basso.
– Uu-uh! – esclamò.
La sua voce gli tornò sotto forma di eco.
Sherlock gli si inginocchiò vicino. – Fai attenzione, d’accordo?
– Ci puoi contare.
Sherlock annuì, saggiò ancora una volta la tenuta della corda e si rialzò.
Arsène si voltò verso di me, si toccò la fronte e mi sorrise. – Ci metto un attimo – disse.
E poi scomparve dentro il Pozzo delle Streghe.
– Continua a parlare! – gli ordinò Sherlock.
– Ok, socio. Sto scendendo.
– Ti vedo.
– E adesso?
– Non ti vedo più.
– Siamo in due, allora.
Mi sporsi anche io oltre il bordo vuoto del pozzo, da cui saliva, continua, una corrente gelida. La testa di Arsène era scomparsa, inghiottita dal buio. Solo il suono della sua voce, dei suoi piedi scalzi contro le pietre e la corda che si muoveva a scossoni ci davano qualche segno della sua presenza.
A immaginarlo là sotto, un lunghissimo brivido mi percorse la schiena. – Ma perché mai è sceso scalzo? – domandai a Sherlock, a mezza voce.
– Hai mai visto un ladro che si arrampica con i mocassini di cuoio? – mi rispose Sherlock.
– Vi ho sentito! – protestò Arsène, da dentro il pozzo. – E si dà il caso che… uff!
– Cosa?
– Niente.
– Vedi qualcosa?
– No che non vedo qualcosa… però…
– Cosa?
– Lo sento. Ecco… sotto i piedi.
– Cosa senti?
– Non… lo so… esattamente, ma…
– Arsène…? – feci in tempo a dire.
Poi la corda si rilassò di colpo, come se, dall’altra parte, il nostro amico l’avesse lasciata andare.
– ARSÈNE?
– Fate piano! – esclamò lui, dal basso. – Qui rimbomba tutto e… credo di essere arrivato sul fondo.
– E?
– E niente! Ci sono delle pietre… ed è tutto secco. Secco da molto tempo, direi… E…
Lo sentimmo smuovere qualcosa.
– Accidenti.
– Arsène? Cosa succede?
Il nostro amico non rispose. Non subito, almeno. La corda si tese, di scatto, e Arsène ricominciò a salire.
– Arsène? Tutto bene? Arsène?!
Lo sentivamo ansimare, sempre più forte, fino a quando non sbucò, pallido come un cencio, fuori dal pozzo. Artigliò l’erba e respirò a pieni polmoni, mentre Sherlock lo afferrava per le ascelle e lo tirava su.
– Che cosa è successo? – gli domandai. Non l’avevo mai visto con quell’espressione.
– Accidenti, Irene… che Dio ti benedica… –. Trovò anche il modo di sorridere. – Mi sa proprio che avevi ragione. Ci sono due sacchi, là sotto…
– Lo sapevo! – esclamai. – Che vi avevo detto? Il signor Neele si è fermato qui proprio per far sparire…
– E dentro ai sacchi credo proprio che ci sia anche il signor Neele… – deglutì a quel punto Arsène Lupin. – O almeno… almeno quello che ne rimane.
Senza dire nemmeno una parola, scappammo via dal Pozzo delle Streghe, lasciando che i rovi ci artigliassero le mani e i vestiti. Corremmo come se avessimo avuto alle calcagna un’intera muta di cani, come se fossimo stati inseguiti direttamente dai diavoli dell’inferno. Raggiunsi Gladys e provai disperatamente a slacciare le sue redini dal tronco dell’albero a cui l’avevo legata, ma avevo le mani rigide, le dita insensibili. Mi faceva male la pelle. E avevo paura anche solo a guardarmi intorno. La puledra intuì il mio stato d’animo e scalciò, nervosa, e alla fine riuscii a liberarla, ma non a trattenerla.
– Gladys! – gridai. – GLAAADYS!
Ma lei non mi ascoltò e galoppò, spaventata, lungo la strada da cui eravamo arrivati.
Le corremmo dietro.
Solo quando cominciammo a scorgere i tetti del villaggio smettemmo di correre e ci accostammo, ansimando, al bordo della strada.
– Mi… dispiace… – ansimò Arsène. – Spero che la puledra… conosca la strada di casa.
Annuii, nervosamente. E nello stesso istante cominciò a piovere.
– Ragazzi… – disse Sherlock, raggiungendoci. – State fermi. Dobbiamo… ragionare.
– Ragionare su cosa? – quasi gli gridai.
Lasciammo che la pioggia ci appiccicasse i capelli sulla fronte, prima di parlarci di nuovo. Era gelida, ma incredibilmente consolatoria.
– Io credo che dovremmo… – riprese Sherlock, non appena il lento mormorare delle gocce d’acqua avvolse tutta la campagna – andare a Sidmouth, il capoluogo della contea… e avvertire la polizia.
Arsène alzò lo sguardo, di scatto. – E da quando ti fidi della polizia?
– Non mi fido affatto, ma…
– Sherlock ha ragione – intervenni. – Non è una cosa per noi. Questo è… troppo.
Arsène annuì, cupo. – Era tutto buio, là sotto, ma…
Non disse altro. E non gli chiedemmo altro.
– Possiamo andarci Arsène e io… ci dovrebbe essere un treno – continuò Sherlock. – E una volta là consegnare un messaggio anonimo su quanto abbiamo scoperto.
– Senza farci beccare – puntualizzò Arsène.
– Senza farci beccare… – annuì Sherlock. – E poi torniamo alla locanda.
– Ve la sentite? – domandai loro.
– E tu te la senti di tornare a casa?
– Cosa dovrei fare?
– Niente – disse Sherlock. – Non devi fare assolutamente niente. Se noi riusciamo ad avvertire la polizia oggi, però… io credo che domani ci sarà un certo trambusto, a Hemyock.
Arsène annuì. – E il nostro assassino saprà che non è andato tutto liscio come pensava.
– È l’unica possibilità che esca allo scoperto, e commetta una qualche sciocchezza.
Una sciocchezza, sì. Come quella che avevo fatto io fino a quel momento, pensando di poter ficcare il naso dove volevo.
– Sapete cosa significa, questo? – domandai, con un filo di voce.
Significava un sacco di cose: che alla guida del carro non c’era, come avevo pensato, il signor Nathaniel Neele, scomparso tre giorni prima dalla sua stanza della Pale Horse Inn, ma il suo assassino, che l’aveva ucciso, infilato in un sacco, caricato su un carretto (ecco perché galoppava come un folle!) e infine gettato in un pozzo.
E che tutta quella faccenda sarebbe stata ignorata dal sonnolento villaggio di Hemyock, con buona pace di tutti, se solo io non mi fossi imbattuta nel suo carro, la mattina della caccia alla volpe.
– La caccia alla volpe, già! – esclamai.
– È la prima cosa a cui ho pensato – disse Sherlock. – La tua supposizione è corretta, Irene: se Neele fosse arrivato a Hemyock per la caccia alla volpe, sarebbe stato ospite di Lord Inglethorpe anche per il ricevimento di martedì sera, e dunque non avrebbe ordinato la cena alla Pale Horse Inn. Ma sarei disposto a scommettere le mie ultime sterline che il signor Neele e Lord Inglethorpe si conoscessero…
– Scommessa accettata – disse Arsène.
– La mia, badate, è una semplice supposizione. Ma per quale altro motivo qualcuno con in tasca una busta di uno studio legale di Londra dovrebbe spingersi fino a questo posto sperduto, se non per parlare con l’unica persona importante del paese? E chi può essere questa persona, se non Lord Inglethorpe?
Arsène storse la bocca, poi si ricacciò all’indietro i capelli lucidi di pioggia. – Fino a poco fa, però, sospettavi dell’oste.
– Ma se fossi al posto dell’oste, e l’oste fosse l’assassino del signor Neele… – rifletté Sherlock – non farei la fatica di segnalare al dottore del paese il nome di un uomo che ho appena ucciso, non siete d’accordo?
– A meno che anche il dottore non sia d’accordo con lui.
Sherlock agitò una mano, infastidito dalle boutade di Arsène. – Tutto questo è mera speculazione. Abbiamo trovato un corpo – ricapitolò. – Abbiamo un morto, è vero, ma in realtà non sappiamo nulla di lui, nemmeno il suo nome. Temo dovremo attendere il riconoscimento della polizia. E senza sapere niente di lui, non abbiamo neppure un movente. E senza movente non abbiamo un assassino.
– Tranne che per il fatto che, evidentemente, l’assassino c’è – puntualizzò Arsène. – E deve essere qui vicino.
– Non è detto – rispose Sherlock. – Alla caccia alla volpe erano presenti quasi cento persone, novanta delle quali sono tornate alle rispettive abitazioni. Per quanto ne sappiamo, ognuna di queste persone potrebbe essere l’assassino. E per un qualsiasi motivo.
Per quanto mi sforzassi di pensare, tutti i pezzi di quel terrificante enigma continuavano a stridere uno contro l’altro, senza incastrarsi in nessun modo.
Una volta tornata alla villa di Ralston, domandai di poter fare un bagno caldo, insistetti per potermelo fare completamente da sola e trascorsi l’ora successiva a cercare di scaldarmi nell’acqua bollente. Tutto ciò che ottenni fu di arrossarmi la pelle e di annebbiare ulteriormente i miei pensieri.
– Signorina Irene? – mi domandò il signor Nelson, appena fuori dalla porta. – C’è qualcosa che dovrei sapere?
Singhiozzai.
Lo sentii attendere nel corridoio e poi, a malincuore, dato che non trovavo la forza di rispondergli, allontanarsi, anche se sono sicura che avrebbe preferito entrare per abbracciarmi.
Mi avvolsi in un asciugamano e uscii. Mio padre e il signor Ralston stavano confabulando in salotto al piano inferiore, e lungo le scale di legno chiaro saliva un pungente odore di sigaro. Trovai il signor Nelson in corridoio, seduto su una poltrona trapuntata, a poca distanza dalla camera di mio papà. Non appena lui mi vide arrivare, con il solo asciugamano addosso, saltò in piedi come una molla e mi invitò ad andare subito in camera, per…
– Abbiamo trovato il signor Neele, Orazio – gli dissi.
Le sue grandi mani si appoggiarono sulle mie spalle.
– Era in fondo al pozzo… – conclusi, a bassa voce.
– Santo cielo, signorina…
– Sherlock e Arsène sono andati a chiamare la polizia – dissi ancora. – E domani… Be’… domani credo che qualcuno dovrà cominciare a prendere un po’ più sul serio quello che racconto.
Capitolo 14
UN VILLAGGIO IN SUBBUGLIO
Il giorno seguente, la polizia di Sidmouth si presentò nel sonnolento villaggio di Hemyock di primo mattino. Sherlock, Lupin e io contammo sei agenti scendere alla spicciolata da una carrozza nera. Isolarono la zona del Pozzo delle Streghe e dal momento del loro arrivo fu tutto un inseguirsi di voci e di illazioni che correvano di bocca in bocca, dal vicariato all’emporio del paese, dalla Pale Horse Inn ai giardini delle comari affacciati sulla via principale. Gli abitanti del paese iniziarono un maldestro andirivieni, fingendo di passare da quelle parti per caso, per ficcare il naso e capire che cosa stesse accadendo.
Alle dieci si era già diffusa nel villaggio la notizia che i poliziotti stavano controllando il pozzo. Alle undici, si sapeva che in fondo al pozzo c’erano alcuni sacchi di calce e un cadavere. Un’ora dopo, il signor Sheppard venne convocato dal dottor Finchley per effettuare il riconoscimento. Fu visto avvicinarsi al Pozzo delle Streghe e allontanarsi alcuni minuti dopo, pallido come una nuvola e ormai certo, ora, di cosa fosse accaduto al suo ospite scomparso. Si trattava dunque davvero di Nathaniel Neele.