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作者:意- Irene Adler 当前章节:15405 字 更新时间:2026-6-22 20:19

Sherlock, Lupin e io, decisi a carpire quante più informazioni fosse possibile in merito all’indagine, osservammo parte delle operazioni dalla collina di Ashfield Hall, identificando l’ispettore capo, un omone corpulento, con radi capelli biondi e gli occhi color cenere, e i suoi due assistenti, uno dei quali si occupò di riaccompagnare il signor Sheppard alla sua locanda e di procedere alla requisizione dei bagagli di Neele. Con mia sorpresa, quando fu di ritorno lo vedemmo consegnare al suo superiore solo una modesta valigetta da viaggio, contenente un cambio di vestiti, un piccolo nécessaire di cuoio e un soprabito. Qualunque fossero stati i programmi del signor Neele, quindi, non aveva intenzione di fermarsi lontano da Londra per più di un giorno.

Fu quindi il momento degli interrogatori. L’ispettore capo stabilì il suo quartier generale proprio alla Pale Horse Inn e stilò una prima lista di persone. Per sentire quanto aveva da dire Lord Inglethorpe, però, si scomodò di persona e salì ad Ashfield Hall, da dove lo vedemmo uscire dopo pochi minuti di colloquio.

– Non mi pare che il nostro ispettore stia cavando molti ragni dal buco – commentò Arsène, accovacciato a terra in mezzo a noi.

– Sarei stupito del contrario – replicò Sherlock, serafico. – Uno straniero in un villaggio sperduto del Devonshire… Nessuno lo conosce, nessuno ha niente da dire in proposito. Tranne il suo assassino, naturalmente, che però si guarda bene dall’aprir bocca.

Io sospirai.

Avevo l’impressione che la verità su quella faccenda fosse ancora immersa nell’oscurità di un pozzo, molto più profondo di quello in cui era stato trovato quel poveretto.

E poiché, a quel punto, si era fatta ora di pranzo, abbandonammo il nostro punto di osservazione e ci dirigemmo alle rispettive tavole.

A casa del signor Ralston, ovviamente, c’era un fermento mai visto, e tra la servitù si rincorrevano, frenetiche, le più varie notizie. Il solo maggiordomo, rigido come una statua, sembrava restare completamente impassibile.

Mio padre Leopoldo, non appena aveva appreso la notizia, era rimasto sbalordito. Si ricordò della conversazione che avevamo sostenuto solo pochi giorni prima con il dottor Finchley e il proprietario della locanda e mi invitò ad andare a raccontare ai poliziotti quello che avevo visto. Sapevo già che avrei dovuto consegnare loro la tabacchiera, alla quale i miei amici e io avevamo messo già in conto, a malincuore, di dover rinunciare. Cercai di scoprire dal signor Ralston qualcosa di nuovo per la nostra indagine, ma non ne cavai che frasi moraleggianti sui «balordi» che dalla città arrivavano a rovinare la «tranquilla vita di campagna».

Per un attimo fui tentata di chiedergli se anche papà e io, che non solo venivamo da Londra, ma non eravamo neppure inglesi, potevamo essere considerati dei balordi venuti a guastare il suo idillio campagnolo, ma mi morsi le labbra appena in tempo.

E così Ralston continuò a parlare. – Questo è sempre stato un posto di gente per bene. L’ultimo fattaccio che la gente del paese ricorda è quello del signor Millsap, il vecchio custode di Ashfield Hall, che fu trovato morto in circostanze poco chiare… Ma si parla di una faccenda di quasi vent’anni fa, per la miseria! E anche lì, non si è nemmeno appurato che si trattasse di un delitto… Buon Dio, la modernità sarà pure una bella cosa, ma al giorno d’oggi non si può stare in pace neppure in un villaggio rispettabile come Hemyock! – fu l’ultima perla di saggezza che ci regalò, prima che mi decidessi a seguire l’invito di mio padre e mi recassi a fornire la mia testimonianza all’ispettore.

Scoprii che il mio nome non figurava nell’elenco delle persone informate dei fatti che l’incaricato delle indagini (che si presentò come ispettore Davis) si proponeva di sentire. Ma quando mi presentai alla locanda, fu proprio il signor Sheppard a insistere perché l’ispettore mi ascoltasse. Me, disse indicandomi con gesti agitati, quello che aveva pranzato con me e che immaginava essere mio padre e quegli altri due londinesi arrivati da poco.

Dei due miei amici, il solo Sherlock era presente e, dopo essersi placidamente attribuito qualche anno in più e aver sostenuto che la sua famiglia fosse al corrente di quella breve visita, mostrò, biglietti alla mano, di aver tempo solo fino alle quattro, dato che doveva rientrare a Londra prima di sera. Fornì quindi le sue generalità e, nel momento in cui gli venne chiesto di dichiarare l’indirizzo a cui abitava, in caso di un successivo controllo, ne inventò uno sul momento. Poi, terminate le sue gelide risposte alle domande dell’ispettore, si congedò e uscì.

– L’altro giovanotto dev’essere fuori per una passeggiata… – spiegò il signor Sheppard all’ispettore capo, alludendo ad Arsène. – Ha confermato la camera. Per quel che vale… – aggiunse, in un modo che suonò insieme un po’ buffo e un po’ macabro.

Arrivò infine il mio turno. Mi domandarono nome e generalità, e potei così spiegare che mio padre e io eravamo ospiti del signor Ralston e, tramite lui, eravamo stati invitati da Lord Inglethorpe per…

– La famosa caccia alla volpe… sì, signorina, questo lo sappiamo già. Raccontatemi quello che sapete, per favore… – mi interruppe l’ispettore Davis, asciugandosi il sudore che gli imperlava la fronte. Aveva una voce fessa, sibilante, e una boccuccia femminea, davvero poco adatta al suo ruolo. Poiché era una giornata mite, si era levato la giacca e l’aveva appesa allo schienale, e ogni volta che si muoveva la vecchia sedia scricchiolava terribilmente.

Riportai quanto ricordavo nel modo più accurato possibile, indicando, questa volta con maggiore precisione, i luoghi degli avvenimenti.

Quando giunsi a riferire del passaggio del carro lanciato a folle velocità che mi aveva quasi travolto, estrassi la tabacchiera d’argento, che l’ispettore osservò con grande interesse prima di consegnarla a uno dei suoi agenti. Proseguii poi nel mio racconto senza venire mai interrotta e, quando ebbi finito, il signor Davis aveva segnato solo pochissimi appunti sul suo taccuino investigativo.

Ci fu un momento di silenzio, poi l’ispettore mi domandò: – E non avete pensato di avvertire la polizia?

Vidi papà sgranare gli occhi, vagamente allarmato.

Io rimasi tranquilla, poiché ricordavo esattamente com’erano andate le cose.

– In realtà no, signor ispettore… – risposi. – Dato che, proprio in questa stanza, avevo sentito dire dal signor Sheppard e dal medico del paese che, se il signor Neele non si fosse presentato neppure quella sera, avrebbero provveduto loro ad avvisarvi.

L’ispettore capo alzò lo sguardo sul proprietario della locanda. – È vero? – domandò.

Il signor Sheppard mi lanciò un’occhiata stizzita, avvampando, e balbettando dovette ammettere che le cose erano andate esattamente come avevo raccontato.

– E perché non l’avete fatto? – lo incalzò Davis.

– Oh… Ecco… Che volete, signor ispettore… – bofonchiò l’oste, abbozzando un mezzo sorriso che servì solo a far trapelare quanto fosse sulle spine. – Quando non si fanno le cose subito, poi capita che passino di mente…

Vidi l’ispettore prendere una rapida annotazione sul suo taccuino. Mi congedò, ringraziandomi della mia testimonianza, e ordinò al suo assistente di recarsi a casa del nostro padrone di casa, il signor Ralston, per chiedergli di ospitarci ancora per qualche giorno: era utile che «la signorina e suo padre potessero restare a disposizione».

– Veramente… noi dovremmo tornare a Londra domani! – obiettai.

– E io dovrei essere a casa a festeggiare il compleanno delle mie bambine, signorina… ma si dà il caso che una lettera anonima, consegnataci ieri in ufficio, ci abbia portato dritto dritto a scoprire un cadavere in un pozzo. E che voi… – mi indicò, sottolineando bene il pronome – siate fino a ora il testimone che si è dimostrato in possesso di maggiori informazioni utili in merito al caso.

– Non dubitate, ispettore. Mia figlia e io resteremo a vostra disposizione – lo rassicurò papà.

Io scrollai le spalle. Era chiaro che il nostro soggiorno nel Devonshire si prolungava e non c’era molto che io potessi fare. In quel momento intercettai un altro sguardo torvo del signor Sheppard, che pareva ancor più seccato di me all’idea di avermi ancora nei paraggi, insieme a tutta quella polizia. Ebbi lo spirito di non abbassare lo sguardo e potei così rendermi conto che negli occhi del locandiere, mescolato al fastidio e all’ostilità nei miei confronti, vi era anche un altro sentimento, che avrei giurato essere paura. La cosa mi colpì, ma non ebbi modo di rifletterci oltre, perché, quando l’ispettore Davis ci congedò, con il permesso di papà corsi a raggiungere il mio amico Sherlock Holmes, prima che partisse. Lo intercettai facendo il giro della locanda e lo accompagnai in paese a prendere una vettura che lo portasse fino alla stazione. Benedissi l’istinto tutto inglese di saper collocare le panchine nel posto migliore in cui si possano mettere e ci sedemmo al bordo di un’aiuola, per confabulare un’ultima volta sul caso, prima della sua partenza.

– Tranquillo. Per questo viaggio Monsieur Auguste Papon rimarrà un rispettabile commesso viaggiatore in visita alla stimata famiglia Adler e non darà spettacolo – assicurò.

Per essere certi che tutto filasse liscio i miei amici discussero brevemente su che cosa Lupin avrebbe dovuto dire all’ispettore Davis affinché la sua versione e quella di Sherlock combaciassero, tenendoli lontani dai guai.

Per quanto mi riguardava, la storia di due semplici amici, amanti della campagna, venuti in visita per il fine settimana era esattamente ciò che io stessa avevo raccontato a papà e dunque confidavo che anche lui, qualora gli fosse stato richiesto, avrebbe confermato senza difficoltà quella versione.

Sherlock, a quel punto, sospirò. Appoggiò le dita di entrambe le mani alle tempie e mi domandò, per l’ultima volta, di fornirgli più dettagli possibile su quello che avevo visto e sentito a Hemyock e, soprattutto, durante il ricevimento di Ashfield Hall. Sfruttando ogni istante che rimaneva per incamerare informazioni utili, Holmes mi sottopose a una sorta di serrato interrogatorio, che seguiva chiaramente un ordine già tracciato nella sua mente.

Mi domandò per prima cosa chi avessi visto di persona al ricevimento e di quali altri ospiti conoscessi almeno il nome. Passò poi a chiedermi diversi dettagli sulla caccia alla volpe: come si chiamasse il Maestro di Caccia che aveva fornito a Lord Inglethorpe il permesso per quella battuta fuori stagione, chi avesse catturato la volpe, se avessi notato qualcosa di insolito durante la caccia e soprattutto, parola per parola, quello che Lady Westmacott mi aveva raccontato della vita di Lord Inglethorpe, della sua famiglia e dei suoi trascorsi militari in Crimea.

Al termine di quel fuoco di fila di domande, al confronto del quale l’interrogatorio dell’ispettore capo era stato una passeggiata, Sherlock mi guardò e disse: – Bene! E ora… dimmi tutto il resto.

Lo guardai con tanto d’occhi.

– Quale resto?

– Tutto… Fatti che ti sono rimasti impressi di questi ultimi giorni, dettagli che hai notato, anche se li hai giudicati di scarsa importanza… Cose di questo genere, insomma – rispose Sherlock, flemmatico.

Dopo un attimo di smarrimento mi accorsi che, in realtà, c’erano in effetti un certo numero di cose che mi avevano colpito. Raccontai dunque di quando, al momento di lasciare Ashfield Hall dopo il ricevimento di Lord Inglethorpe, il suo valletto aveva lasciato cadere il mio cappotto. Pensando al signor Lemon mi vennero poi in mente il suo spiccato pallore, la sua epistassi e il bizzarro scambio tra lui e Lord Inglethorpe, a cui il signor Nelson e io avevamo assistito da lontano.

Al termine delle mie parole, invero piuttosto confuse, Holmes sembrò tuttavia soddisfatto. Appoggiò le lunghe mani eleganti alle ginocchia e si alzò in piedi.

– Molto bene, allora… – mormorò. – Cercherò di venirne a capo in qualche modo… Voi, intanto, non fate sciocchezze… e cercate di tornare a Londra il prima possibile. Promesso?

– Promesso – gli risposi.

Lo salutai con un bacio sulla guancia.

Poi Holmes afferrò la spalla di Arsène e i due si guardarono dritto negli occhi. Non si dissero niente, ma rimasero così per almeno cinque secondi. Infine si scambiarono un rapido abbraccio e Sherlock si avviò verso la carrozza.

– È davvero un peccato che debba andare via proprio adesso… – commentò Arsène, a quel punto.

Non mi voltai a guardarlo. Perché mi bastava il tono della sua voce per capire che non era sincero.

Capitolo 15

UN ANEDDOTO BUFFO

Da quanto tempo, ormai, ci conoscevamo? Due anni? Tre? Faceva una reale differenza? Credo proprio di no. Il momento in cui era iniziata la nostra amicizia era scolpito chiaramente nella mia memoria: la spiaggia di St. Malo. Nello stesso modo, ricordavo perfettamente l’emozione della nostra prima indagine, quella sull’uomo portato a riva dalla marea. E il bacio che Arsène mi aveva dato, che non fu a St. Malo, ma qualche tempo dopo, a Londra, ma che io, invece, continuavo a ricordare come se fosse accaduto là, in quella prima estate. Era come se nella mia testa i sentimenti avessero fatto a tal punto breccia da modificare i ricordi nel modo a me più conveniente. Il fatto era che né Arsène né io avevamo mai parlato di quel primo bacio. E quando, poi, lui mi aveva baciato una seconda volta, a tradimento, io non avevo opposto una gran resistenza. E, senza che davvero lo decidessimo, avevamo continuato a non parlarne… Ci aveva aiutato il fatto che, ogni volta che ci vedevamo, ci fosse anche Sherlock insieme a noi. O che, nelle nostre avventure, fossimo così impegnati a salvarci la vita da non avere il tempo di discutere del perché ci scambiassimo quel genere di… come chiamarli? Segni d’affetto?

No, mi dissi, ridendo della mia ingenuità. Si chiamavano baci, molto semplicemente. Baci tra ragazzi, i miei primi baci, quelli che, spesso, si scambiano proprio tra coloro che si considerano grandi amici. Perché fanno meno paura, forse. O forse perché, a quell’età, è difficile capire esattamente da che cosa sia composta l’amicizia, e quale sia l’invisibile confine che la separa da altri, più tempestosi, sentimenti.

Arsène e io avevamo forse varcato quel confine?, domandavo a me stessa. E poiché sentivo dentro di me di non essere cambiata affatto da quella indimenticabile estate che aveva suggellato l’amicizia fra noi tre, mi rispondevo di no.

Anche Sherlock, del resto, una volta mi aveva baciato. Ma era stato nel sonno, anzi, nel delirio, dopo che per difendermi da un gruppetto di brutti ceffi si era fatto prendere a pugni. Nella veglia, con me era piuttosto incostante e tortuoso, e solo raramente usciva dal suo rigoroso riserbo con un gesto premuroso, una cortesia non richiesta, un regalo inaspettato. Quell’interminabile gioco a rivelare e poi nascondere di nuovo i nostri sentimenti sprigionava tra di noi una grande forza, simile all’elettricità di cui sono cariche le nubi che annunciano il temporale. Una forza che mi faceva sentire incredibilmente viva e mi faceva pensare alla nostra amicizia come alla cosa più preziosa che avessi mai avuto.

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